Su Diari di Cineclub, report sulla quotidianità di un conflitto: dal viaggio in Palestina

Michele Piras è Deputato di SEL, membro della Commissione Difesa e dell’Assemblea parlamentare della Nato. Insieme a una delegazione dei “parlamentari per la pace” ha partecipato alla missione in Palestina, dove da 24 giorni ormai proseguivano i bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza.

REPORT

Nella via commerciale, stretta che attraversa la città vecchia l’aria pesa come il piombo. I palestinesi hanno montato una rete metallica e dei teloni, un metro sopra le nostre teste. Dalle palazzine sul lato sinistro piovono rifiuti, escrementi, sassi grandi un pugno. Sono occupate dai coloni israeliani. Se Gaza è la guerra guerreggiata, il massacro, l’assedio, Hebron è la quotidianità del conflitto.

Shouada St, principale accesso al centro, un tempo fiorente di commerci e vita, è chiusa ai palestinesi. I militari con la stella di Davide la controllano palmo a palmo. A protezione di un insediamento colonico di 400 persone. Apartheid. Se sono i bambini ad odiare che speranza ci può essere. Lo dice Don Mario, toscano di Betlemme. Lui pensa che il governo israeliano abbia bisogno del conflitto. Che questa ennesima aggressione abbia come obiettivo Abu Mazen, non Hamas. L’Autorità palestinese nel suo complesso. Bambini squartati dalle bombe israeliane all’ospedale francese. Curano i pochi che riescono a passare. Rahid ha tre anni. Schegge di granata gli hanno sfigurato il volto. Occhi chiusi. Espressione serena. Forse sogna la mamma. È cerebralmente morto.

La “quattro corsie” che collega Tel Aviv alla capitale. Km di muri e filo spinato. Le strade qui dividono. Insediamenti dei coloni si ergono come ferite d’arma da fuoco sugli accordi di Oslo. Gerusalemme non è tre città: Santa, di una bellezza che lascia attoniti, sotto tutela Onu. Est ai palestinesi. Ovest, con la Knesset si erge come un mausoleo, agli israeliani. A Ramallah incontriamo l’Autorità e i parlamentari palestinesi. La descrizione dell’orrore. Puntuale e dignitosa. Le condizioni di una pace possibile: interposizione Onu, fine dell’assedio a Gaza, ricollegare la Striscia alla Cisgiordania, ritiro dalle colonie. Sembrerà strano ma anche Meretz e il Labour, dall’altra parte del confine, condividono queste proposte. A testimoniare che un filo di dialogo esisterebbe già e che tutto è più complesso di ciò che in Occidente siamo in grado di immaginare.

Betlemme: il conservatorio è diretto da Michele, traduttore e musicista, italiano. La società civile resiste e suona le corde della speranza anche qui. In Palestina. Dietro quel muro che inserra la Natività. Cento muri tengono separate le parti in conflitto. Eppure oltre il muro ci sarebbe la speranza. Sulle strade di Hebron un colono inizia ad urlare, insulta, dice che siamo antigiudei e nazisti. Luisa Morgantini qui la conoscono tutti. Anche i bambini. Ha perso quasi totalmente l’udito sotto le bombe-suono. Discute col colono. Ma lui non molla, urla solo di più e ci segue per tutta la strada. “Shut up man!” Gli urlo d’istinto. Se ne va. Un bambino ci lancia contro una bottiglia di Cola. Kippah. Avrà l’età di mio figlio.

Ormai è certo che a Gaza non ci faranno entrare. Ci si ferma quattro km prima. La spianata delle Moschee è un luogo incredibile al crocevia tra il Muro del pianto e la via Crucis. Donne arabe si sbracciano e urlano “Allah ‘u Akbar”. Difendono la grande Moschea dalla cupola dorata. Nel 79 d.C. qui sorgeva il Tempio di Salomone. Una corrente del pensiero ebreo ortodosso ritiene suo compito preparare l’avvento del Messia distruggendo la Moschea, così che Egli possa ricostruirvi il Tempio. Sembra un recital per turisti. Non lo è. Poche ore dopo la polizia israeliana interviene: manganelli, lacrimogeni e cariche. Inizio a detestare il dibattito di casa nostra.

Siamo davvero ridicoli nel nostro schierarci come tifoserie calcistiche, in maniera acritica su uno dei due fronti, senza capacità alcuna di cogliere alcunché di una realtà terribile e complessa. Israele è una società in profonda trasformazione, che tende alla Democrazia. Tel Aviv, modernissima e tollerante, ultramoderna e civile si erge a contraltare dell’oscurantismo ebreo ortodosso. Così Riwaq che si batte per il recupero, la conservazione, la valorizzazione del patrimonio culturale, architettonico e storico palestinese testimonia l’insediamento di una società civile e laica, una Palestina che non è solo estremismo o fanatismo religioso. Sarebbe compito (ed anche interesse) dell’Europa ed anche del nostro Paese, costruire il terreno dell’incontro e della relazione fra queste realtà tenute accuratamente separate da chi ha bisogno del conflitto per riprodurre il suo potere.

L’estremismo non si isola né sconfigge senza un concreto processo di pace, senza una oace giusta. Anzi, esso si nutre della spirale di odio e violenza. Deperisce invece se si inizia a rimuovere l’ingiustizia profonda che segna la quotidianità di questi popoli. Dov’è l’Europa? Lo chiede Mikado, gli attivisti israeliani, lo chiede Fatah e Barghouti, Meretz e l’ex vicepresidente laburista della Knesset. Lo chiedono tutti i democratici ed i progressisti di Palestina e Israele. Mentre saliamo sul volo AZ810 per Roma a Gaza il bollettino del massacro è un pugno sui denti: 1900 morti, di cui 300 bambini, 10mila feriti.

Goodbye Palestine.