Gasdotto Galsi: la politica ascolti le preoccupazioni dei sardi

La disponibilità del metano è un’infrastruttura determinante per il futuro dell’Isola. Non c’è dubbio. Sarà tuttavia necessaria qualche annotazione a margine di un dibattito che rischia di disporsi per opposte tifoserie, affinché sia chiaro che non c’è nulla di ideologico nella posizione di Sinistra Ecologia Libertà sul tema del Galsi.

E che è perfettamente inutile che ci si promuovano caricature strumentali, perché non esiste un fantomatico partito del no. A meno che – come spesso accade – a fare ideologia siano gli stessi che muovono l’accusa ad altri. La mozione consiliare Zuncheddu, Uras ed altri non è l’esercizio sterile di una contrapposizione pregiudiziale ma più banalmente una richiesta di trasparenza circa il progetto di messa in posa del gasdotto e delle sue centrali di pompaggio e compressione.

Innanzitutto perché andrà a occupare una superficie vastissima di territorio, segnata dalla presenza di siti archeologici, aree marine protette, vigne, campi, zone umide, soprattutto di persone in carne ed ossa. Vite, esistenze, comunità, radici nella storia e nella terra. Un impatto ambientale, paesaggistico, addirittura sull’assetto idrogeologico del territorio che lasciamo all’immaginazione.

Nuova servitù – che si aggiunge alle tante già esistenti – senza garanzie certe di ricaduta positiva sull’economia sarda. Tantomeno certezze sui costi e sui canali di finanziamento della cosiddetta rete sarda di distribuzione del gas. Perciò chiederei ai tanti agitatori, che in questi giorni si affrettano ad erigere barricate, se considerino la richiesta al presidente e alla Giunta regionale di riferire dettagliatamente su tutti gli atti dell’Accordo (cito testualmente la mozione consiliare) un’aberrazione, oppure se essa non costituisca più modestamente un esercizio di rappresentanza dei diritti minimi di un popolo.

Non sfuggiranno certo le ragioni che ispirano alcuni esponenti del centrosinistra nel loro scagliarsi contro SEL o contro una parte del movimento indipendentista, ma almeno si ammetterà – prima di buttarla in politica – che le preoccupazioni di una parte della cittadinanza hanno un fondamento reale e che la richiesta di coinvolgere le popolazioni locali sia del tutto legittima. Certamente si tratta di una procedura più democratica rispetto alla prosopopea ed alle inossidabili certezze di alcuni.

Non è sufficiente a garantire i diritti del popolo sardo sapere che fu il presidente Soru a gestire quella partita, né che la Regione faccia parte della società che realizzerà e gestirà il gasdotto. Non solo perché oggi al governo della Regione non c’è più la stessa maggioranza né lo stesso presidente. Ma soprattutto perché rinunciare a discutere del futuro dell’Isola, della tutela del suo territorio e dell’ambiente – quindi anche della sua più importante infrastruttura – corrisponderebbe a negare alla radice il principio della sovranità, che in tanti evocano ma al quale evidentemente si guarda esclusivamente finché i sovrani siamo noi. In questa era invece abbiamo scoperto che c’è un pezzo di società più cosciente di quanto la politica non ammetta, più attenta di quanto non sia la classe politica che pretende di rappresentarla.

Chi ha deciso – e per difendere quali interessi – che non si può discutere del metanodotto? Ascoltare quei dubbi ed anche quelle preoccupazioni è invece un atto di cura che si deve ai sardi, in ragione della ricostruzione di una nuova trama, di una riconnessione sentimentale, di una politica diversa, possibile e straordinariamente necessaria.

 * pubblicato su Sardegna Quotidiano del 13 ottobre 2011

Michele Piras

Coordinatore regionale SEL