15 ottobre: senza rinunciare alla ribellione ed alla propria diversità.

Su una cosa sola ha certamente ragione il ministro dell’interno Roberto Maroni: il 15 ottobre a Roma poteva scapparci il morto, nelle mille maniere date in una situazione di caos totale – cercato da alcuni – che ha di fatto evaporato il messaggio degli indignati.

Come a Genova dice qualcuno. Anche se – è bene precisarlo – ciò che è successo al G8 del 2001 non c’entra proprio nulla con quanto accaduto sabato scorso. Se non per l’analoga infiltrazione di oscuri personaggi vestiti di nero. Se non per analogo dibattito che segui a quei fatti.

Qualora anche non si fosse integralmente nonviolenti, credo basterebbe ricordare Enzo e le dita della sua mano fracassata da un petardo per collocare su un livello appropriato il ragionamento, tanto più in un contesto come quello, scena prima di un nuovo movimento globale che qualcuno – da tempo e lo si sapeva (noi quanto le forze dell’ordine) – aveva pensato di inaugurare con una buona dose di mazzate.

Non sarà certo innovativo ma mi viene mente la spietata razionalità di Vladimir Lenin – che certo ghandiano non era (e non poteva essere, se non altro per ragioni d’anagrafe) –  il pensiero sulla inscindibile relazione fra mezzi e fini come asse portante della pratica politica. Persino in quella dimensione dei primi del ‘900 – caratterizzata da una diffusione massiccia dell’uso della forza – la possibilità della violenza si dava solo in ragione degli stati di avanzamento che avrebbe prodotto (o meno) nel processo rivoluzionario.

Gli apologeti dello scontro di piazza allora dovranno spiegare se spappolare la mano a un ragazzo, bruciare qualche automobile, fracassare le vetrine di una banca, bruciare un blindato dei carabinieri, impedire la conclusione di una manifestazione di popolo, abbia sottratto o aggiunto qualcosa agli obiettivi della mobilitazione.

Siamo certi – lo si evince inequivocabilmente dalle immagini che hanno bucato i video di chi (come me) non è potuto essere presente -che le forze dell’ordine avrebbero potuto gestire meglio la piazza, tutelare i manifestanti pacifici dalle incursioni di qualche centinaio di incappucciati. Non l’hanno fatto o non hanno voluto, poco importa. Riteniamo anche probabile che – in questo caso come in tanti altri nel passato – vi sia stata una funzione attiva di agenti provocatori che nulla avevano a che fare con le ragioni della protesta.

Andrebbe tuttavia definitivamente rimossa ogni attenuante alla violenza di piazza. Perché il nodo resta che c’è un ragazzo che perderà alcune dita della mano, che numerosi innocenti sono rimasti feriti e che il grande tema del futuro delle nuove generazioni è stato espulso – manu militari – da Piazza San Giovanni.

Affrontare il nodo del perché alcuni ragazzi reagiscano violentemente all’ingiustizia della nostra società è un tema della sociologia (ed anche della psicologia). E su questo esistono – copiose – indagini, focus, studi.  E su questo piano c’è anche un elemento agevole di comprensione: la violenza chiama sempre violenza. Come in una spirale perversa che travolge infine il senso e l’origine della rivolta stessa contro l’ingiustizia.

Ed il nostro è un sistema violento. Nelle dinamiche che (s)regolano la competizione sfrenata fra individui, che segnano i rapporti di lavoro, le relazioni fra i generi, fra ricchi e poveri, fra deboli ed potenti, fra capitali e persone, fra uomo e ambiente.

Ma la politica non può (e forse non deve) mai ridursi alla mera registrazione di ciò che avviene nella società. E la politica della sinistra non può (e forse non deve) rinunciare a praticare il cambiamento, ad indicare percorsi di trasformazione in progress: tanto sul piano materiale quanto su quello culturale.

Non esiste un primato del sociale (altrettanto quanto non esiste un primato della politica). Esiste semmai una analisi del sociale, quindi anche l’indagine sulle contaminazioni che il potere esercita sulle menti e sulle modalità espressive delle persone.

La cultura della violenza è una di queste: primo e fondamentale elemento di subalternità al sistema nel quale viviamo. Rompere quella spirale perciò è un atto intrinsecamente rivoluzionario. Piegarsi a quella dinamica non solo è una resa ma una vera e propria sconfitta. Perché conduce sul terreno dell’avversario, a giocare fuori casa, a subire la sproporzione dei mezzi, a rinunciare anche alla semplice evocazione di un mondo diverso. Perché riproduce la dinamica bestiale e maschile del più forte sul più debole.

E per carità non si parli dei partigiani e della lotta di Liberazione, non si faccia bassa retorica. Nessuno dei ragazzi che imbracciarono quei fucili avrebbero mai voluto farlo, se non costretti. Nessuno di loro avrebbe mai lasciato case, scuole ed officine per andare alla guerra se non costretti. Come lo furono.

Sul piano politico invece dobbiamo registrare che ancora una volta una generazione è stata oscurata. Come accade da ormai trent’anni. Esclusa e rigettata per poi essere classificata come violenta.

E – cosa che brucia oltremodo – a beneficiare di tale oscuramento sono proprio i destinatari della sollevazione. Che ancora una volta le forze conservatrici hanno vinto una battaglia e che quindi una parte – assolutamente minoritaria – dei ribelli si è dimostrata oggettivamente alleata dei potenti.

C’è da augurarsi che sia l’ultima. C’è da lavorare perché lo sia. Senza rinunciare alla ribellione, alla disobbedienza, alla piazza ed alla propria insopprimibile diversità.