COMPAGN@: SUPERIAMO SEL, FACCIAMOLO INSIEME

Cari compagne e compagne sardi che in queste ore chiedete – attraverso post, commenti e documenti – che Sel non venga superata per dare vita a un nuovo e più ampio soggetto politico della sinistra, che chiedete all’Assemblea nazionale del partito di cancellare l’ordine del giorno (che – sia detto per inciso così che si sappia di cosa stiamo parlando – recita testualmente nulla più che “dopo le elezioni regionali verso il nuovo soggetto della sinistra”), che dite che non si può cancellare una esperienza solo perché escono dal Pd alcuni suoi autorevoli dirigenti, vorrei dirvi che ritengo legittima la vostra posizione ma – lo voglio dire francamente – non la capisco e che non vi capisco.

Non capisco questo rigurgito identitario che improvvisamente rinnega tutto ciò che siamo stati dall’atto della nascita ad oggi. Tutto ciò che abbiamo sempre sostenuto e rivendicato come prospettiva strategica di Sel: l’essere un contributo parziale, un seme piantato per far crescere il partito della sinistra, l’idea forza di non sentirsi mai autosufficienti, mai un prodotto finito ma una formazione politica della transizione ed “in transizione”.

L’abbiamo sempre detto, anche scontrandoci con chi in Sel la pensava in maniera diversa, e scritto, a chiare lettere, nel Manifesto fondativo che approvammo a Firenze nel 2010. Ovvero la nostra Carta costituzionale.

Allora eravamo tutti dalla stessa parte, convinti che fosse questa la strada giusta, non quella della sinistra identitaria, non la rivendicazione di ciò che siamo (o che pesiamo nelle istituzioni) opposta come un grimaldello a chi oggi (come Stefano Fassina e Pippo Civati e tanti altri) ci dice di essere disponibile a costruire insieme un nuovo partito della sinistra, capace di un proprio, innovativo, autonomo punto di vista e di un proprio progetto di governo del Paese.

E non capisco perché banalizzare con argomentazioni a volte pretestuose la natura della fase che si è aperta. Perché brutalizzare il dibattito in corso dicendo che – in fondo – si tratta solo di due o tre persone. Questo davvero non rende giustizia all’intelligenza di nessuno, falsifica la realtà e crea solo steccati e recinti: gli stessi che ci eravamo ripromessi di voler abbattere quando costruimmo Sel.

Non c’è solo Possibile, la nuova associazione di Pippo Civati e compagni, che ho visto con i miei occhi nella prima assemblea nazionale popolata di tanti giovani, volti sorridenti, contributi ed entusiasmo. Non c’è solo Stefano Fassina, ma l’area di sinistra che si muove con lui e che porta dalla nostra parte esperienze e un altro pezzo importante di cultura politica della sinistra. C’è Tilt e la rete di relazioni ed associazioni nata dall’esperienza (do you remember) delle Fabbriche di Nichi (le facemmo anche noi) e che oggi aggrega tante forze fresche intorno al tema centrale del Reddito Minimo Garantito. Ci sono le reti associative, c’è LeftLab, c’è Act, ci sono pezzi di sindacato (come le Unions di Maurizio Landini) che stanno iniziando, con più forza rispetto al passato, a chiedere più rappresentanza politica per il lavoro, per la parte più debole della società.

E soprattutto ci sono i tanti “sans papier”, i tanti ragazzi e ragazze senza padri né partiti, che nei territori, conquistano spazio e chiedono di partecipare attivamente alla fase costituente di un partito nuovo. Non solo di un nuovo partito.

Che ci chiedono di uscire dalle vecchie case e di ricusare i casati. Che chiedono cambiamento, innovazione, partecipazione democratica. Che chiedono di pesare nel dibattito politico e non solo nelle evocazioni retoriche di chi parla delle giovani generazioni per poi tenerle sempre al laccio, ai margini del dibattito, massa di manovra della riproduzione di un ceto politico.

E poi ci sono le piazze e le strade senza reale rappresentanza: quelle del lavoro massacrato dal Jobs Act, quella del Pride e dei diritti civili, quella degli insegnanti e degli studenti che in queste ore si trovano precipitati in una dimensione che riporta la scuola italiana indietro di oltre quarant’anni, quelle della Costituzione violentata e di una legge elettorale autoritaria, c’è il popolo del no alle trivelle ed alla devastazione dell’ambiente, quello che si batte contro gli inceneritori, per un diverso modello di gestione dei rifiuti e per un modello energetico di nuova generazione, c’è la battaglia per la Pace e contro le servitù militari, ci sono le mille associazioni dell’Antimafia sociale e per i beni comuni. E voi sapete bene quanto questo elenco potrebbe continuare, per dirci che tutto questo mondo, che evoca e costruisce nel quotidiano una alternativa di società, che chiede cambiamento e rappresentanza sia oggi orfano di un partito di riferimento, capace di produrre lotte e governo e trasformazione della realtà.

Ed è inutile ripetercelo ma quel partito non siamo noi. Non siamo sufficienti. E credo che il senso del limite debba essere (sempre) una bussola nel nostro agire politico. Perché nelle vostre lettere chiedete addirittura che non si discuta? Perché questo fate, pretendendo il ritiro dell’ordine del giorno dell’Assemblea nazionale dell’11 luglio prossimo. Come si può chiedere una cosa del genere a un partito come il nostro. Come si può far finta di dire che non si è stati coinvolti nella discussione quando a sostenere questa tesi sono autorevoli dirigenti regionali e nazionali, rappresentanti nelle più alte istituzioni dell’Autonomia sarda e della Repubblica. E come si può sostenere questo ed immediatamente dopo chiedere di fermare la discussione. Davvero non lo capisco.

Ogni opinione è certamente legittima e – anche quando mi sfugge la ragione per la quale alcuni di voi abbiano improvvisamente cambiato idea dopo pochi anni – penso che debba avere la giusta tribuna nel congresso, ciò che voi chiedete a gran voce e che certamente ci sarà.

Un congresso che – personalmente ed insieme a tanti e tante – spero e penso che sarà quello che saluterà Sel con un abbraccio per portarla in uno spazio più ampio, con le buone pratiche che è stata in grado di costruire, con i volti e le esperienze che le hanno fatto attraversare momenti esaltanti, grandi gioie e qualche dolore. Senza disperdere nulla, semmai valorizzando ed esaltando la parte migliore di ciò che già siamo.

Vorrei davvero che ci fossimo tutti in questa nuova strada, quella giusta, di chi non si ferma e non si accontenta del poco che ha per paura del nuovo, quella di chi è capace di osare e gettare il cuore ed i sogni oltre l’ostacolo, quella di chi crede che l’apertura e l’accoglienza siano il primo passo verso un mondo nuovo, quella di chi sfida lo stato di cose presente, come oggi fanno i Greci, come Davide contro Golia, perché sa che in quel sasso lanciato nel mare della complessità ci può essere il principio di una nuova storia: il futuro.

Facciamolo insieme. Perché dividerci ora che ci siamo? Così come siamo stati capaci di farlo a Cagliari quattro anni fa. Perché quell’onda che travolse il potere costituito eravamo noi. E perché oggi potremmo essere tanti, tanti di più.

Michele