Sinistra: si al nuovo partito, no a soluzioni confederali.

L’assemblea nazionale di Sel del 24 ottobre scorso ha approvato – a stragrande maggioranza – un documento decisamente chiaro (e finalmente netto) che indica la prospettiva della costruzione di un nuovo e più ampio partito della sinistra, fondato su una carta di valori e su uno spazio partecipativo che consenta di aggregare non solo l’esistente ma anche quella ampia parte di società smarrita, che non trova più rappresentanza, che si rifugia nell’astensionismo o nel voto di protesta.

Come ogni indicatore mostra, questa è una dimensione crescente, drammatica, che manifesta lo spazio politico potenziale di una proposta politica progressista, laica, repubblicana, che guarda con curiosità all’Europa e ai nuovi movimenti che dalla Grecia alla Spagna, dal Portogallo al Regno Unito, rimettono in campo la sinistra come spazio politico della lotta contro l’austerità, dell’innovazione, della trasformazione sociale, della coerenza e del rigore. Una nuova soggettività europea capace di proporsi come forza di governo e di governare da sinistra processi complessi e una condizione sociale drammatica.

Lo Svimez ci dice con chiarezza che la condizione economica e sociale del meridione d’Italia è assimilabile a quella greca. In alcuni indicatori essa è ancora peggiore. Disoccupazione, precarietà, assenza di prospettive per il futuro costituiscono la cifra essenziale di una questione che non solo è irrisolta da 150 anni, ma che centocinquant’anni fa si è determinata con la scelta politica di asservire le campagne del sud alla prima industrializzazione del nord e con un processo di colonizzazione culturale che ha creato danni enormi e che ancora oggi scontiamo.

La questione sarda continua a conservare una sua dimensione specifica rispetto a quella meridionale, per quanto gli indici economici ed alcuni di carattere sociale siano assolutamente analoghi. Il tema non è solo quello culturale, ma quello dell’isolamento geografico, della distanza dal contesto nazionale, del ritardo mai sanato sul piano economico e sociale e della dotazione infrastrutturale, materiale ed immateriale.

A ciò si aggiunga un indice di dispersione scolastica e un violentissimo processo di spopolamento che ormai colloca l’isola lungo la soglia mortale del sottosviluppo permanente.

La classe politica sarda (bisogna ammetterlo) ha dimostrato di non essere in grado di rappresentare efficacemente lo stato delle cose presente. Così come è vero che la percezione esterna che la Sardegna trasmette è qualcosa di distante da quella reale.

Abbiamo anche perciò bisogno di un nuovo partito della sinistra, capace di mettere in campo la proposta di un nuovo meridionalismo e di un nuovo “sardismo”, non più solamente rivendicativo, ma capace di indicare strumenti di contrasto della crisi e nuove prospettive di sviluppo (piano di messa in sicurezza e valorizzazione del territorio, bonifica, innovazione tecnologica, reddito minimo garantito) per aree bellissime e che potrebbero esprimere modelli economici affatto simili a quelli che finora hanno mostrato tutti i loro limiti: sia sul piano dei costi ambientali che su quello dei costi sociali e culturali.

La specificità perciò può e deve essere letta come una ricchezza, come una proposta di unità repubblicana più avanzata, perché capace di valorizzare la diversità invece che di soffocarle.

Ecco perché considero una resa e un punto di involuzione la proposta avanzata da alcuni compagni all’assemblea nazionale di dar vita a un “partito sardo”, eventualmente confederabile a un partito “nazionale”, al più capace di conservare il ceto politico esistente.

La proposta del partito confederato ha il retrogusto della nostalgia. Rappresenta una resa e un’involuzione tatticistica, innanzitutto perché rinchiude un tema di portata amplissima in una di dimensione locale, quando invece servirebbe il massimo esercizio di relazione e di apertura al mondo.

Una soluzione mediana e (al più) protezionistica dell’esistente perché rinuncia alla sfida più ampia ma – allo stesso tempo – non raccoglie quella indipendentista (ovvero di una separazione netta e definitiva dall’Italia).

E se è vero che per i sardi l’Italia si è dimostrata storicamente matrigna, io continuo a sentirmi più vicino a un disoccupato lucano, a un precario salentino, a un militante antimafia siciliano, a un senzatetto greco, a un migrante etiope, che a un massone o a un imprenditore edile sardo che costruisce profitto dagli abusi edilizi.

Io credo che una sinistra non centralista (ma nemmeno localista) – quindi realmente alternativa al renzismo quanto al grillismo – capace di pluralità, sia lo spazio preferibile, nel quale costruire una narrazione di società, una visione del mondo che torni a dare speranza, che sappia includere le differenze e ogni forma di bellezza, che sappia affrontare la dimensione specifica a partire da una capacità di lettura più generale.

Quando abbiamo organizzato #CiSiamo abbiamo avuto un riscontro possente di una volontà diffusa, che potrebbe diventare il germoglio di un nuovo partito. Un popolo senza più padri né maestri chiede un’offerta politica nuova, capace di entusiasmare e riconnettere frammentazioni. Altro che crearne di nuove.

Esiste una trama possibile di voci e opinioni convergenti. Che parlano linguaggi differenti e che aspettano rappresentanza dalla sinistra, che non vogliono arretrare sul localismo, che non hanno interesse ai tatticismi, che vogliono sfidare il renzismo fino in fondo: opponendogli un progetto di società e un nuovo modo di fare politica.

La strada è tracciata ed è anche l’unica che abbiamo: un nuovo laboratorio per la costruzione del partito della sinistra, che abbia l’ambizione di durare, in salute e nel fuoco della battaglia politica, per i prossimi decenni, di nutrirsi delle competenze e dell’entusiasmo delle nuove generazioni, che sappia accogliere le nuove professioni e le nuove contraddizioni di una società (anche sarda) terribilmente più complicata rispetto a vent’anni fa per poterci permettere di conservare l’esistente.

Michele Piras