A nonno Michele, perché non l’ho mai conosciuto.

A un mio caro nuovo amico, recentemente, è morta la nonna, spirata fra le sue braccia. E ho immaginato il suo dolore, lo stesso che mi fece bestemmiare quando vidi mia nonna paterna in ospedale, con la schiena nuda, piagata e tumefatta dalla malattia e dalle cure. Mille volte lo nominai invano, chiedendomi, se è vero che esiste, perché consentisse tutto quel dolore, quella sofferenza.
Non volevo bene a mia nonna. Non so perché. Così come non so perché oggi scrivo queste righe. Diciamo che scrivo per nostalgia. O forse un briciolo d’invidia per chi i nonni li ha avuti a lungo, o ancora li ha. Perché io li ho avuti, ma fra il 1975 e il 1987 li ho persi tutti, uno dopo l’altro. E a volte ho pensato che li avrei voluti ancora. Anche questo non so perché lo dico e lo scrivo. Tantomeno perché lo dico e lo scrivo adesso.
Gli ultimi tre li ho persi nel giro di quattro anni. Come per un’epidemia, senza nemmeno il tempo di farmene una ragione. Uscire da scuola e aver paura di incontrare tua zia, “Michele, vieni con zia, tua nonna è morta”.
Di nonna Caddeo ricordo un dente. A pranzo. Legato col fil di ferro, che scompariva se non mangiavo e ricompariva a ogni boccone. Un tumore la portò via. Forse avevo dieci anni.
A nonno Cappai ho voluto bene, mi piaceva quel suo modo così cortese di mandarmi via, mentre giocava a carte al bar di Pinna. “Toh, vai a comprarti un gelato”. Mi piaceva la sua R5 rossa, l’albero curvo e la vigna, briciola, gelosissima, che tentava sempre di mordermi.
Nonno Michele, il padre di mio padre, classe 1895, è quello che mi manca di più, forse perché – di fatto – non l’ho conosciuto, o forse perché porto il suo nome. Anzi, nemmeno di questo so il perché. Qualche tempo fa l’ho rivisto – giuro che non avevo fatto uso di sostanze psicotrope – in una piazza di Santu Lussurgiu, paese di origine della sua famiglia, come uno spettro, mi diceva di stare tranquillo, di essere forte, di tenere la schiena dritta. Brividi, voglia di piangere.
Nonno Michele l’ho visto due volte nella mia vita, due fotogrammi sbiaditi. La prima a pranzo, nel 1975, in via Lussorio Cau a Borore, poco prima che mio padre e mio zio lo trascinassero, urlante e recalcitrante come un bambino, in ospedale, per il suo penultimo viaggio. La seconda in ospedale, il formaggio e la pera cotta e una carezza. Ho sempre odiato la frutta cotta, una ragione pure ci sarà.
Nulla, se non quelle due immagini, se non il nome, se non il tabacco, se non il sangue che mi scorre nelle vene, mi lega a quell’uomo sconosciuto. Io comunista, lui fascista. Io libertario ed eretico, lui autoritario e militare. Prima e seconda, entrambe le guerre mondiali, combattute. La seconda dalla parte sbagliata, la prima ancora non si capisce se sia stata quella giusta. Una medaglia che ancora conservo.
Nonno Michele “mastru ‘e carros” e l’odore della forgia, che mio padre ha tenuto sempre accesa fino alla pensione, acre ferro incandescente mentre picchia il martello sull’incudine. Non si scorda mai.
I nonni e le radici, che sento così profonde, anche se sono state recise tanto, troppo, tempo fa. Un pezzo dell’affetto che mi è mancato e che forse sta, anch’esso, all’origine. Di ciò che sono. Con tutti i miei difetti.
Caro Andrea, vorrei che tu fossi felice di aver avuto tua nonna per così tanto tempo e che ti ritenessi fortunato per averne ancora tre. Ecco, ho scritto per questo. Per una volta non di politica, o forse invece del senso più profondo della politica. Che è anche scoprirsi improvvisamente capace di provare dispiacere per il dolore altrui.