Car@ compagni e compagne di Sel in Sardegna

Cari e care,
voglio condividere con voi alcune riflessioni, a margine dell’assemblea regionale svoltasi ieri (11 luglio) e della discussione che vi è stata. Abbiate pazienza se sarò un po’ lungo, ma ci tenevo a comunicare con tutti voi e tutte voi.

Mi sento di farlo perché ieri ho trovato una comunità oltremodo disorientata, incapace di essere felice persino dei successi elettorali ottenuti in Sardegna, attraversata da livori e risentimenti che francamente non mi aspettavo, che mi hanno addolorato e che la discussione politica che stiamo affrontando – pur complessa e segnata da profonde differenze – dovrebbe rifuggire. Come la peste.

Non possiamo dirci umani per il resto del mondo, se fra di noi trionfa la politica dei veleni. Non possiamo pensare di essere diversi, se di ogni divergenza facciamo un casus belli.

Ad esempio mi ha colpito molto come, nei giudizi così profondamente negativi, espressi da alcuni, nei confronti del governo regionale, non si siano minimamente tenute in considerazione le persone che in quella giunta esprimiamo, a partite dall’assessore alla pubblica istruzione, che in questi due anni hanno svolto un lavoro, certo fra mille difficoltà, che non può essere liquidato o rimosso o ascritto al campo del fallimento totale.

E non vuole essere una difesa a spada tratta, essendo io sempre stato fra i più critici della giunta regionale ed essendolo stato in tempi non sospetti, quando tutto pareva dovesse tacere. Ma se noi dimentichiamo le persone, le stesse che abbiamo voluto impegnare in responsabilità così pesanti, il rischio è che perdiamo l’anima. E una sinistra senz’anima è per me una contraddizione in termini.

Lo dico anche per i giudizi che esprimiamo sull’operato politico delle persone, siano essi dirigenti nazionali o regionali. Troppo spesso ho visto scadere nell’attacco personale, nella critica che travalica la politica per scadere sul personale. Un retaggio davvero sgradevole di un tempo passato, di una cultura politica che ben conosciamo anche a sinistra, ma che perciò abbiamo il dovere di sconfiggere.

Sono stati commessi tanti errori. Io sono fra quelli che ha esercitato (ed esercita) importanti responsabilità, nel partito e nella massima istituzione della Repubblica. Mi ritengo perciò fra i primi a doversi assumere le proprie responsabilità politiche, dalle quali però nessuno può ritenersi (se non ipocritamente ed immotivatamente) assolto se riveste o ha rivestito incarichi importanti quanto quelli che rivesto io.

Sinistra Ecologia Libertà è nata come soggetto politico in transizione e della transizione, come elemento di rinnovamento ed innovazione del campo dei progressisti, come forza che si candidava al governo del Paese per cambiarlo.

Sinistra Ecologia Libertà si è costituita con una identità volutamente sperimentale, anche per provare a produrre un cambiamento culturale nella sinistra, tentando l’operazione per nulla scontata di intrecciare il tema dell’uguaglianza e della lotta contro le disuguaglianze con il grande tema dell’ambiente, con la questione dei diritti civili ed individuali.

Un tentativo inedito e ibrido, che metteva al centro la persona e i suoi diritti, l’ecologia intesa come rapporto fra umani ed ambiente, fra umani e umani, fra uomini e donne.

È stata un’esperienza che ci ha cambiato, che ci ha fatto crescere e ci ha segnato emozionalmente e sul piano politico, una sfida lanciata in un tempo terribilmente complicato per le forze della sinistra, segnato da una condizione sociale drammatica, dal disorientamento, da una crescente distanza fra la politica e i cittadini e che ha subito ed accusato il colpo violentissimo della sconfitta elettorale di Italia Bene Comune nel 2013.

Il governo di larga coalizione e poi il governo Renzi sono figli di quella sconfitta.

Da qui la necessità, che abbiamo sempre sostenuto, di aprirci e andare oltre noi stessi. Per uscire dall’angolo e rilanciare la sfida. Nella consapevolezza di chi non si è mai considerato il “prodotto finito”, ma solo un approdo e un contributo parziale a un processo più ampio.

Dopo tanti tentennamenti, dopo Human Factor nel 2015 e con Cosmopolitica nel 2016, questa comunità ha deciso di rompere gli indugi. E secondo me ha fatto la cosa giusta: quella di provare a trovare insieme a un popolo più vasto una strada nuova per il cambiamento del Paese, una via diversa dall’omologazione renziana ma anche dal trasversalismo ambiguo del Movimento di Beppe Grillo, capace di ricostruire una ipotesi di governo progressista su basi nuove.

Sinistra italiana è nata con questo spirito, ma ammetto che è partita col piede sbagliato. Sia per un difetto di democrazia, sia per i troppi strappi che hanno ferito il corpo fragile di una comunità come la nostra, producendo il paradosso che proprio noi, che per quella sinistra più ampia siamo nati, ci siamo ritrovati disorientati, con tanti dubbi e resistenze che – davvero – io non mi sarei mai aspettato. Non abbiamo curato a sufficienza noi stessi, questo è certamente stato uno sbaglio.

Non so se il tempo per discutere è stato davvero troppo poco, perché in realtà andare oltre Sel era inscritto nei nostri geni. So per certo che non l’abbiamo utilizzato bene, che non ci siamo ascoltati e confrontati abbastanza, che hanno prevalso troppi personalismi, che abbiamo discusso poco e male fra compagni e compagne, fra consiglieri regionali e parlamentari, fra dirigenti e amministratori, fra livello nazionale e regionale, fra livello regionale e territori.

Sarà una banale constatazione ma è così. Nella troppo sbandierata retorica partitica abbiamo smarrito il senso profondo del fare partito: che è innanzitutto associazione di persone intorno a una idea del mondo, capacità di relazione, democrazia nel senso più pieno del termine.

Errori che imputiamo, giustamente, a un pezzo del gruppo dirigente nazionale. Errori tuttavia che abbiamo commesso anche noi in terra sarda. Errori che hanno determinato una molteplicità di evidenti scollamenti, la responsabilità dei quali è bene non imputare strumentalmente solo ad altri. Insomma: ciascuno di noi ha il dovere di guardarsi allo specchio, prima di giudicare e puntare l’indice sull’altro.

Trovo giusta la richiesta che molti hanno fatto di convocare il congresso di Sel. Perché questa comunità ha il diritto di decidere democraticamente del proprio destino, dando la voce a ognuno che ne fa parte, lasciando giustamente che anche chi è contrario allo scioglimento di Sel possa esprimersi e votare.

Non credo tuttavia che tutte le colpe della crisi della sinistra siano imputabili a Sinistra italiana, come ho sentito fare ieri in alcuni interventi, a mio avviso eccessivamente enfatici. Si tratta di un processo più lungo, profondo, storico, che solo per via strumentale può essere imputato agli errori, che pure ci sono stati, commessi in una tornata amministrativa.

Ma so anche che la strada non può che essere quella di tentare una cosa nuova, quella di produrre uno shock da sinistra nel sistema politico e nel Paese, quella di parlare di più, discutere di più, agire di più, aggregare di più, organizzarci di più.

Si dice retoricamente che non è per noi stessi che facciamo politica. Non per le nostre personali carriere, certo.

Ma in realtà è anche per noi che facciamo politica, perché meritiamo anche noi un’altra vita e per il bisogno insopprimibile di trasformare la realtà, perché la meritano coloro che verranno, i nostri figli e coloro che soffrono sulla carne e le esistenze una crisi epocale e gli effetti più inumani del neoliberismo. Perché vogliamo riscattare il torto subito da chi è venuto prima di noi.

E allora facciamolo nostro questo processo costituente. Non reagiamo in retroguardia. Correggiamo assieme gli errori, costruiamo insieme ad altri un gruppo dirigente migliore, portiamo dentro la nuova sinistra che vogliamo far nascere tutta Sinistra Ecologia Libertà, la sua cultura politica, le sue rappresentanze, le persone di una comunità che non si scioglie, ma che per vivere ha bisogno di aria nuova, di un orizzonte più ampio di quello che ci costringe da una parte nell’asfissia di un alleantismo ancillare, dall’altra nel minoritarismo testimoniale.

E dove si colloca questo soggetto politico? Chiederà qualcuno. Per me la risposta è già data: nel campo dei progressisti, dove sempre siamo stati. E opera per la ricostruzione e la riorganizzazione di quel campo, scassato da una ultradecennale decadenza culturale, da dolorose sconfitte elettorali, da un biennio nel quale il renzismo ha radicalmente cambiato il volto del Paese. Opera perché la sinistra governi il Paese, ma non assume il governo come unica ed esclusiva bussola, né la testimonianza come unico ed asfittico spazio di una sostanziale resa.

Nati non fummo per l’una o l’altra opzione. Ma per far pesare le ragioni della sinistra attraverso la costruzione di governi del cambiamento. Quella strada e quella propensione non è interrotta e non va abbandonata. Va saputa praticare e rilanciare e reinventare nel fuoco della battaglia politica, in un contesto che è in continuo mutamento.

E da questo punto di vista a me convince molto anche l’idea, lanciata ieri dal nostro coordinatore regionale, di costruire la rete di una sinistra euromediterranea, che immagini anche in questi termini il contributo della sinistra di Sardegna al processo costituente della sinistra d’Italia e d’Europa. Perché non provarci. A me sembra un’idea affascinante, ambiziosa, che da un senso ampio alla specificità sarda, al nostro essere al centro del Mediterraneo, meticci di razze e popoli e culture. Perché non provarci?

Credo anche che vada superata l’immagine disgraziata dei dualismi che proiettiamo all’esterno nel dibattito sardo. Non solo perché è più una proiezione mediatica che una realtà, ma soprattutto perché mortifica e disconosce le tante intelligenze e competenze che siamo in grado di esprimere e che siamo stati in grado di mettere in campo in questi anni: dal ruolo dei consiglieri regionali, insostituibile e prezioso, a quello degli amministratori che vivono quotidianamente la linea del fronte, quello dei giovani, quello dei militanti, dei dirigenti, simpatizzanti. E per superarlo serve costruire una dinamica pienamente democratica ed infittire le relazioni fra di noi.

Possiamo farlo insieme. L’ho detto ieri all’assemblea regionale. Lo ribadisco qui. Ritroviamoci e costruiamo insieme il nuovo partito della sinistra.

Michele