Cose nuove col vestito vecchio, cose vecchie col vestito nuovo. Il mio intervento all’assemblea nazionale di Sinistra italiana

Ci si sente così piccoli e fragili di fronte alla scia di sangue e terrore che sta sconvolgendo il mondo: Nizza, Parigi, Dacca, Istanbul, Ankara, Mosul. Atterriti di fronte alla spirale infinita di guerra e violenza che sta sconvolgendo le nostre esistenze e le nostre certezze.

E ci si sente così fragili e soli di fronte all’enormità della crisi sociale nella quale siamo precipitati, alle povertà che disgregano Paesi, popoli e comunità. Così, tanto spesso, mi sono chiesto se è questo il mondo giusto nel quale far crescere un bambino di sette anni. È un pensiero doloroso, devastante.

Per questa ragione sono fra quelli che coltiva più dubbi che certezze, che non riesce a concepire la politica come una linea retta, definita, sicura e immutabile, semmai come una rapsodia, nella quale le note alternano punti esclamativi a punti di domanda. E mi stupisce vedere tante incrollabili e inossidabili certezze, che da più parti ci vengono segnalate come la strada da seguire.

E per queste ragioni ho anche molto apprezzato la relazione di Alfredo (D’Attorre). Perché ha avuto il pregio essenziale di “volare alto” rispetto a un dibattito gonfio di miserie, strumentalità, livori, risentimenti. Di farci respirare e di volgere anche una riflessione critica su ciò che siamo, sul perché ci riduciamo invece che aumentare, sul perché tanti che erano con noi a Human Factor, poi a Cosmopolitica oggi hanno più dubbi di prima.

Fuori da qui c’è un mondo frastornato e ferito, che non ci ascolta né ci capisce. E io vorrei che assumessimo questo come un problema nostro, non come un problema del mondo. Parliamo a quel mondo su modulazioni di frequenza differenti dal linguaggio comune e quindi innanzitutto vorrei che ci sforzassimo di cambiare il canale, il modo di comunicare e di sistemare il messaggio.

Vorrei quindi che rifuggissimo, come la peste, le tentazioni auto assolutorie e ogni presunzione di autosufficienza e dismettessimo quell’atteggiamento troppo spesso aristocratico che ci caratterizza.

Evochiamo popoli, comunità, periferie, con le quali da troppo tempo non dialoghiamo più. Riconoscere che siamo parte del problema è il primo passo per risolverlo e ricostruire una presenza consistente della sinistra in questo Paese.

E mi preoccupa anche il modo che abbiamo di confrontarci fra di noi, sui social ma anche in sedi come queste. E spesso mi domando come si possa pensare di riconnettersi alla società dei disgregati se nemmeno fra di noi abbiamo la pazienza, l’intelligenza, l’umiltà e la curiosità di ascoltarci.

Vedete, io non condivido il documento firmato dal mio sindaco. Non condivido la rimozione del giudizio sul governo nazionale e sul renzismo, non l’assenza di ogni riferimento al referendum costituzionale, né condivido l’analisi secondo la quale dalla vittoria di Cagliari discenderebbe una rinascita automatica del campo del centrosinistra.

(In realtà il centrosinistra, allargato a una molteplicità di formazioni regionali, ha vinto solo a Cagliari e a Capoterra. Certamente risultati importanti ma non si può certamente rimuovere il fatto che in due anni si è perso a Porto Torres, Olbia, Villacidro, Carbonia, Nuoro e – nonostante la convergenza sul secondo turno – anche a Monserrato. Neppure possiamo non dirci che a Sinnai si è vinto contro un Pd a trazione destra)

(Ed anche sulla terminologia proporrei un aggiornamento, dato che è la storia politica di questo Paese che ha decretato la fine del centrosinistra e che piuttosto che sforzarsi di riesumarlo bisognerebbe pensare come si ricostruisce un’alleanza di progresso per il governo del Paese attraverso il passaggio decisivo del referendum costituzionale e la battaglia per il NO).

Non penso sia corretto invertire il processo che porta al superamento di Sel, né credo che si possa ascrivere a SI la “rovina” della sinistra in Italia, che è partita decisamente da più lontano ed affonda le radici non solo in fatti soggettivi ma strutturali, economici, sociali, culturali. Cambiamenti epocali che ci hanno trovati impreparati e sulla difensiva.

E tuttavia non possiamo liquidare quella posizione senza interloquirvi, non possiamo non domandarci perché si sia allargata l’area del dubbio sul processo invece che il contrario. E non possiamo permetterci di indicare la porta alle persone perché la pensano in maniera diversa da noi, né non considerare che li c’è una parte della nostra storia, tantomeno pensare che sia meglio perderla che ritrovarla.

Dobbiamo invece riscoprire la capacità di camminare domandando, coltivare una superiore capacità di ascolto, abbiamo il dovere di ascoltare tutti, interrogarci di più ed essere umili nel rapporto con gli altri. E questo vale per noi ed anche per tutti gli altri che oggi qui – a mio avviso sbagliando – non sono presenti.

E se ci diciamo diversi dobbiamo incarnare questa diversità fino in fondo: nelle relazioni, nel modo che abbiamo di proporci, nelle biografie e nelle persone che incarneranno i gruppi dirigenti di questo nuovo soggetto politico.

Non possiamo fare cose vecchie col vestito nuovo, né cose nuove col vestito vecchio.

Non credo sia retorico o superfluo dirci che questo soggetto politico deve evitare di tradursi in una ridotta isolata e minoritaria. Ma nemmeno lo è dirci che dobbiamo evitare di diventare l’ancella di altri. In questo momento vedo entrambi i rischi. Due casi tipici e speculari di subalternità. Per scongiurarli dobbiamo costruire un luogo accogliente, un’esperienza ricca, plurale, coraggiosa e curiosa e non rinunciare a praticare nessuna delle contraddizioni che si manifestano nel nostro campo ed in quello avversario.

Vedete, in questi giorni, dopo un rogo devastante che ha letteralmente ucciso migliaia di ettari della mia terra, i pastori e i contadini sardi hanno donato una parte delle loro scorte di foraggio a chi era rimasto senza nulla.

E sempre negli stessi giorni centinaia di persone hanno fatto la fila per donare il sangue per i sopravvissuti al terribile disastro ferroviario in Puglia.

Una grande tragedia e una grande bellezza.

Ecco, da qui forse dovremmo ripartire, per ricostruire una speranza e un futuro.

Centro congressi Frentani – Roma, 16 luglio 2016

AVVERTENZE: per coloro che mi avessero ascoltato in streaming o per quelle seicento persone che l’avessero ascoltato in diretta avviso che ho voluto integrare la trascrizione di quegli appunti che, per ragioni di tempo, ho saltato nel mio intervento in assemblea.