Cambiare passo. Il nostro 24 settembre: porte aperte

Non costruiremo un partito per noi stessi, non consentiremo che i sogni spezzati di generazioni precarie vengano ancora imprigionati, non ci arrenderemo ad essere testimonianza e saremo innanzitutto accoglienti, coraggiosi e liberi.

È finito il tempo delle contorsioni. Una politica febbricitante, distante, sconfitta, che non interpreta e non capisce le solitudini, le precarietà, la disgregazione, che fornisce risposte vecchie, che non pratica il terreno meticcio dell’intreccio fra culture umane, diritti civili e sociali, reddito e lavoro, ecologia e sviluppo.

L’Italia è uno dei pochi Paesi europei nei quali la sinistra non si è data ancora un principio concreto di riorganizzazione. Sconquassata dai personalismi. Prime donne (ma soprattutto primi uomini) senza popolo e senza reale vocazione popolare, agguerriti frequentatori della linea di confine fra il tre e il quattro percento, solenni (ma altrettanto spesso fallimentari) guardiani della soglia di sbarramento.

Dobbiamo aprire le porte. E dobbiamo farlo con urgenza. Perché la sinistra non rinasce solo per il fatto che esistiamo. Segnare una trama di ricongiunzione delle vite spezzate, fra gli invisibili e le solitudini, fra le idee e una condizione materiale divenuta drammatica, per troppe persone. Ricominciare a immaginare insieme: di sogni individuali che collettivamente divengono pezzi di realtà.

Un primo spartiacque: la battaglia per difendere la Costituzione della Repubblica. Un NO che non è quello di chi conserva, ma di chi afferma eguaglianza e democrazia. Valori e principi oggi a rischio, travolti dall’idea che le vite delle persone debbano orbitare intorno alle regole del mercato, da un nuovismo senza modernità.

E una vittoria del NO potrebbe riaprire scenari davvero interessanti nel campo progressista. Una nuova prospettiva forse. E dipenderà anche da come saremo noi: se sapremo essere aperti e curiosi o se ancora prevarrà la chiusura. Se riusciremo ad unire i tanti NO che verranno in un comune progetto repubblicano.

E l’Europa da cambiare, ma alla quale non vogliamo rinunciare. L’Europa che guarda al Mediterraneo con passione, calore e speranza. Ai suoi popoli erranti, alla costruzione di un mare di pace, scambio e convivenza.

Ma non ci sono automatismi: la sconfitta del renzismo o i segnali di crisi strisciante dei pentastellati non necessariamente premieranno la sinistra. Soprattutto se essa non sarà in grado di rinnovarsi, innovare e confrontarsi col presente, se non sarà in grado di sollevare lo sguardo al futuro.

In tutto il territorio nazionale esistono reticoli, buone pratiche, intelligenze solitarie, esperienze di mutualismo, laboratori di diritti e azione politica, amministratori virtuosi e innovativi.

A loro va offerto non il solito partito, dove alle promesse di partecipazione segue il prodotto già confezionato e le leadership già decise, ma una cosa davvero nuova. Nei modi, nei luoghi, nei volti e nelle biografie. Un luogo che ci faccia sentire a casa.

A loro va proposto il tema della riorganizzazione del campo progressista e democratico e una proposta di governo credibile e utile al Paese.

Il 24 settembre a Roma, in una splendida piazza del Testaccio, saremo in tanti a dire questo. E vorremmo ci fossi anche tu.

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