Referendum: lettera aperta al senatore Uras

“Caro Luciano,
vorrei provare a dialogare e ragionare con te, in realtà soprattutto perché davvero stavolta la tua posizione non la capisco e perché mi pare un errore, sia sul piano del merito che sul piano strategico.

Non sono d’accordo innanzitutto sul giudizio di invarianza che tu e Dario Stefano esprimete, al saldo fra aspetti positivi e negativi della riforma. Perché penso che proprio il combinato disposto fra superamento del Senato elettivo e clausola di supremazia intervenga in maniera pesante e negativa sull’equilibrio dei poteri, sul sistema autonomistico, sulla rappresentanza. E perché sono convinto che questa riforma renderà ancora più contorto il procedimento legislativo, non determinerà risparmi e sottrarrà ulteriormente democrazia a un sistema già fragile, segnato da gravissimi problemi sociali e da una crescente disaffezione.

Una riforma pasticciata e contorta, che immagina un sistema più centralista e un processo decisionale più verticistico, che sottrae sovranità alle comunità locali. Una idea di efficienza che, di fatto, risponde alle richieste di quella parte di poteri forti che pensa alla democrazia rappresentativa e al sistema dei diritti costituzionali come a un intralcio.

L’Italicum in questi termini, non cambia il giudizio sulla riforma, semmai ne aggrava i tratti regressivi rispetto all’impianto di quella attuale.

In un clima pesantissimo, nel quale il presidente del consiglio, quotidianamente e a reti unificate, ci spiega i presunti benefici della riforma, non capisco per quale ragione la consapevolezza dei cittadini dovrebbe accrescersi dalla ritirata dei partiti dal dibattito referendario, né per quale ragione questo dovrebbe agevolare la ricomposizione del campo progressista e democratico, obiettivo certamente necessario e condiviso ma non scindibile da un giudizio – per me severo – sull’operato del governo, nel triennio che abbiamo alle spalle.

Credo proprio perciò che la battaglia per il No vada condotta a viso aperto, certamente senza eccessi retorici ma con la determinazione e la schiettezza necessaria a conquistare non solo la difesa della nostra Costituzione ma anche una idea nostra e differente di Paese e di riforma.

Su questo terreno certamente dovremmo salvaguardare una tensione a ricostruire il campo progressista devastato dal renzismo. Una operazione che tuttavia va sottratta alle astrazioni. Definire il campo progressista ha un senso compiuto solo se effettivamente esso pratica una idea di progresso sociale e civile, se organizza e rappresenta coloro che vogliono una società diversa da quella esistente.

Quindi io non vedo nessuno scontro fratricida, semmai un nodo che è arrivato al pettine fra i progressisti e il partito della nazione. Nodo che questo referendum può aiutare a sciogliere, fra una idea di futuro che guarda alle ragioni del mercato e una che guarda alle ragioni di una società impoverita e disgregata dal liberismo.

E in questa società così ferita – laddove le priorità sarebbero dovute essere quelle del lavoro, del reddito, della socialità – chi non può abdicare alla propria funzione è proprio chi, come noi, è stato chiamato a rappresentarne una parte nella massima istituzione repubblicana.

Rispetto la tua opinione, ma farò tutt’altro. Continuerò a battermi, paese per paese e porta a porta, perché questa riforma costituzionale e questa idea di società venga sconfitta. E cinque minuti dopo sarò ancora lì, per provare a ricostruire una sinistra utile e una proposta di governo che cambi il Paese, in meglio”.

Michele Piras
Deputato Sinistra italiana