Sinistra è libertà

“Sono stato fra coloro che più di altri, negli anni scorsi, ha perorato la causa di una sinistra ampia, nuova, capace di rimettere in campo una proposta di governo e trasformazione della società. Fra i primi a chiedere che si andasse oltre le formazioni esistenti e i loro limiti, ricostruendo una casa di tutti, nella quale le differenze potessero convivere e lavorare a una cassetta d’attrezzi condivisa per un sinistra senza il torcicollo, capace di accogliere e sprigionare energie fresche, senza misurarsi in metri di distanza da questo o quell’attore politico, costruendo ponti e corridoi, non steccati.

Sono stato fra coloro che più di altri (al di là del nome che non mi ha mai convinto) ha accolto con più entusiasmo il tentativo generoso di Sinistra Italiana, considerandolo la prova generale di un percorso che avrebbe dovuto aprirsi ancora, includere, indagare curioso il mondo che ci circonda, generare passione, incrociare esperienze, reti, associazioni, senza chiudersi mai.

Oggi sono costretto a prendere atto dell’involuzione – repentina, dolorosa e per molti versi inspiegabile – di questo tentativo che ha rapidamente bruciato se stesso, nei mille e uno errori commessi, attraversando disastrosamente le elezioni amministrative 2016, nel vuoto assoluto degli spazi di discussione, confronto ed elaborazione, nella predeterminazione degli assetti interni.

E alla doverosa curiosità, alla ricerca di nuove trame di relazione e pensiero nel mondo grande, terribile e complesso, si è sostituita la fretta di recintare, l’accusa e il sospetto reciproco, la banalizzazione del ragionamento politico altrui, la furia della scomunica, l’accusa di tradimento. Come nella più classica eterogenesi dei fini, non volevamo essere sinistra novecentesca, lo siamo diventati. Non volevamo essere un partitino del due percento, lo siamo diventati. Non volevamo ripetere esperienze già viste come Lista Ingroia e simili, ci stiamo arrivando, consumando – giorno dopo giorno – le speranze che eravamo riusciti ad alimentare, da Human Factor al Teatro Quirino, da CiSiamo a Cosmopolitica.

Nessuna innovazione, ma il già visto e – se mi si permette – il già sconfitto. Senza nemmeno fermare gli ingranaggi di fronte al punto di crisi evidente che stiamo attraversando, per una riflessione che riterrei doverosa sulla nuova fase apertasi dopo il voto del 4 dicembre, la caduta di Renzi, l’apertura del confronto sulla legge elettorale.

Bisognerebbe riguardarsi, almeno una volta al giorno, l’ultima puntata del terzo segreto di satira, per comprendere che i protagonisti siamo noi.

Avremmo dovuto guardare con interesse al ragionamento di Giuliano Pisapia sul cosiddetto Campo progressista. Ma ben presto sono piovute le più svariate accuse di intelligenza col “nemico”.

Massimo D’Alema (che certamente non considero il nuovo che avanza) apre una faglia gigantesca nel Pd. Ma subito gli si è chiesta l’ammenda dei propri errori, salvo mai guardare agli errori fatti in casa nostra, anche nella fase recente: da Torino a Roma, passando per l’abbandono del campo (per oltre un anno) da parte di alcuni che oggi tornano a riprendersi spazi che andrebbero responsabilmente lasciati liberi per una nuova generazione e a un nuovo gruppo dirigente.

Senza evocare rottamazioni (cultura che è quanto di più distante da ciò che penso del mondo e della politica) ma piuttosto generosità, sostegno a una generazione che ha meno responsabilità alle spalle, investendo in maniera coerente sul rinnovamento, che oltre che essere cosa fisiologica è cosa giusta, utile e necessaria per riconquistare credibilità.

Pierluigi Bersani e Laura Boldrini propongono un ragionamento su lotta alle disuguaglianze, agenda sociale e su un nuovo centrosinistra che recuperi la sua vocazione a una società più giusta. Ma presto c’è chi si scatena a spiegar loro quanto poco ci interessa riflettere in uno spazio più vasto del nostro orticello.

Punto di vista autonomo, si dice. Ci mancherebbe altro, dico io. Ma la Sinistra non è solamente un punto di vista autonomo, ma una grande vocazione popolare e una capacità di penetrazione nel senso comune, per farlo vivere e crescere quel punto di vista, che altrimenti resterebbe solo tale: sterile, igienico, isolato.

Il quarto polo è una astrazione politicista ritagliata sul presente. Esistono sempre e solo tre poli, che si manifestano e si articolano diversamente a seconda delle fasi e delle condizioni: la destra, la sinistra, il centro.

E se assistiamo da quattro anni all’elefantiasi di una formazione populista e anomala come i cinquestelle, alla Lega lepenista che vola al 15%, al ribollire delle xenofobie nella pancia del Paese, forse qualche problema dovremmo porcelo anche noi, circa il rischio che corre la Democrazia e la necessità di perseguire una strada che non ci isoli, che non guardi solamente all’elezione di un manipolo di parlamentari in camicia rossa.

Sogno ancora (e lavoro perché ci sia) una formazione politica capace di osare, di alimentarsi di un pensiero nuovo, di riappropriarsi di relazioni dense e solidali, di costruire comunità. Lo sogno perché vedo nella società una grande potenzialità inespressa, una grande ricchezza dispersa, di giovani, mutualismo, reti sociali, amministratori comunali, esperienze territoriali, associazioni di frontiera. Ben al di la del Palazzo, nel quale passiamo troppo del nostro tempo.

Questi chiedono protagonismo, non semplicemente che io o altri vengano rieletti, chiedono ascolto e vogliono contare nelle decisioni, non affidarsi a gruppi dirigenti autoproclamati.

La maniera che si è scelta per dar vita a Sinistra Italiana è invece quella di un congresso tradizionale, burocratico, povero di idee, con un esito già scritto (e indiscutibile, pena accuse di tradimento). Ecco perché insieme a tanti tesserati, ad ampia parte del gruppo parlamentare alla Camera, a tanti dirigenti che in questi anni hanno lavorato duramente a mantenere in piedi una prospettiva per la Sinistra in Italia, abbiamo deciso di non partecipare al Congresso.

Ho profondo rispetto e stima per tutti i compagni, con alcuni di essi una amicizia che dura da tanti anni e momenti entusiasmanti vissuti fianco a fianco. Ma non riesco a non dire ciò che penso, sento e vedo. E vorrei dire che siamo ancora in tempo per fermarci e rilanciare tutti insieme una costruzione più ampia e attrattiva.

Non è diserzione né l’ennesima noiosa scissione, voglio essere chiaro ma un impegno ancora maggiore semmai. Non la resa ma il rilancio, a partire dal 12 febbraio prossimo a Roma, di una prospettiva che parli a tutto il mondo dei progressisti, degli ecologisti, dei libertari.

Perché Sinistra innanzitutto è libertà, autonomia di pensiero, autodeterminazione. E io qui sto. Precisamente in questo campo, disseminato di errori e confusione ma anche di una enorme, insopprimibile, passione per il futuro e per le umane genti.”

Michele Piras