Quali riforme senza rinnovamento? Tagliare questa classe politica sarebbe la prima e fondamentale forma di risparmio.

Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello! Il Purgatorio di Dante Alighieri. Quasi una profezia di Nostradamus.

Si fa tanto discutere di riforma delle Istituzioni in questi mesi, si parla tanto – spesso in maniera del tutto superficiale – di tagli ai costi della politica, riduzione del numero dei consiglieri regionali e dei parlamentari, di abbattimento dei privilegi, di abolizione delle province e dei comuni.

E ciò che sbalordisce più di ogni altra cosa è che la ragion d’origine di tanta pretesa furia riformista sarebbe la cassa dello Stato, il debito pubblico, la tempesta che infuria sull’economia globale.
Di una idea organica, politica, seria, di riforma della Repubblica nemmeno l’ombra più pallida. Meno che mai di una rimessa in discussione di un modello di sviluppo che ci ha impoveriti e condotto sull’orlo la bancarotta.

E fra i default e gli spread – termini di cui nessuno realmente capisce il significato – non si considera nemmeno lontanamente l’idea che pretendere di curare i mali generati dal neoliberismo attraverso una ricetta neoliberista è un po’ come pensare di curare un cancro polmonare con una dose di ottanta sigarette al giorno. Si chieda alla Grecia una consulenza in materia. Ma anche all’Argentina, che nessuno ricorda nel suo ruolo di pioniere di ciò che accade in questi mesi all’Europa ed agli Stati Uniti d’America. O all’Islanda che sceglie la strada del default programmato e torna a crescere nel giro di poche settimane.

La Costituzione repubblicana non è il risultato del capriccio di qualche intellettuale romantico. Fu piuttosto l’esito di un grande dibattito sul futuro del Paese, all’uscita da una crisi che certo non fu meno drammatica di quella attuale, che realizzò un compromesso dinamico fra culture politiche profondamente diverse attorno a una idea di democrazia, di società.

Su questa base si determinò (Art.114 titolo V della Costituzione) che la Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato. Ho sempre ritenuto che questa ripartizione avesse un senso, ovvero il compiuto sviluppo del principio fondamentale dell’art.5. Certamente un senso lo aveva.

Quella Costituzione e quella trasformazione profonda del Paese non fu opera del pensiero di un ceto politico squalificato, moralmente decaduto, distante dal suo popolo sovrano come quello attuale. Altra Storia, altra stoffa e una idea guida che unificava tutto l’arco costituzionale: il primato della politica nella sua funzione di governo del Paese, la progressiva affermazione della democrazia come bussola dell’agire politico.

Viviamo in un tempo nel quale l’effetto combinato della crisi economica, del fallimento storico del modello di sviluppo, della precarietà che si staglia come un’ombra grigia sulle esistenze di milioni di persone, ha allontanato i cittadini non già dalla politica (come si suol dire) ma dalle istituzioni democratiche, fino a portare questo fenomeno sulla soglia della rottura definitiva.

La risposta all’inconcludenza di una politica divenuta ancella dell’economia e dei poteri finanziari è l’antipolitica, il luogo comune che travolge tutti, la sfiducia nei partiti e nelle istituzioni. D’altra parte una classe politica vecchia e logorata, incapace di cogliere i bisogni sociali e la domanda di nuovi diritti, che abbozza soluzioni improvvisate, che pretende di essere credibile dopo aver portato il Paese al collasso economico e la sua immagine al ridicolo.

E’ in questo quadro che matura la logica del taglio orizzontale: le riforme non hanno un preciso orizzonte politico ma si fanno per fare cassa. Su questa base si possono tranquillamente generare non sensi come il taglio (poi rientrato) dei comuni con meno di mille abitanti, stante poi scoprire che la cancellazione di istituzioni che spesso rappresentano l’ultimo presidio della democrazia repubblicana nel territorio portano alla cassa dello Stato (ad esempio in una regione come la Sardegna) poche centinaia di migliaia di euro. Praticamente l’equivalente del taglio di un consigliere regionale. Ovvero molto (ma molto) meno di quanto il generoso premier pare versasse nei conti di Tarantini e Lavitola sull’onda delle feste a Palazzo Grazioli.

E poi le Province: se stai sotto i 300 mila non ne hai più diritto. Poco importa la specificità di un territorio, poco conta se non ho una idea di quale sia l’Ente che sostituirà le Province nelle loro funzioni. Stessa logica per la scuola pubblica, la sanità, la ricerca, le politiche del lavoro e dello sviluppo. Non c’è un’idea che non sia quella della prevalenza assoluta, definitiva, incontrastata del Mercato.

E qui non si tratta di difendere l’attuale assetto istituzionale tout court. Il punto è un altro: che non può essere pensata una riforma istituzionale senza una idea della democrazia, del Paese, della società che vogliamo lasciare alle generazioni future. E c’è anche un’altra questione, anch’essa etica: che non è pensabile lasciare la stagione delle Riforme agli stessi che – con la prosopopea di chi ha sempre ragione – hanno consumato la nostra democrazia e condannato a un eterno purgatorio le esistenze di una intera generazione, le sue legittime aspirazioni a ricoprire un ruolo in questa società.

E la cassa la si facesse una buona volta prendendo i soldi da chi non ha mai pagato, da chi – mentre si schiacciava il mondo del lavoro, mentre si cancellava il ceto medio, mentre si abrogava la funzione sociale degli insegnanti – si è arricchito a dismisura utilizzando il lecito e l’illecito, le società off shore e i paradisi fiscali, accumulando enormi patrimoni.

100-120 miliardi stimati di evasione fiscale, altri 60 di evasione contributiva, circa 34 di evasione Iva, senza considerare l’elusione fiscale, la distrazione di capitali, la speculazione finanziaria, le enormi spese militari.
Perché in Francia o negli Usa è lecito che i ricchi chiedano di essere tassati e in Italia se solo si menziona una tassa sui grandi patrimoni o sulle transazioni finanziarie si urla al complotto bolscevico?

In Grecia in questi giorni si sta scoprendo l’acqua calda: ovvero che se agisci la leva depressiva per risanare i conti pubblici produci una compressione dei consumi, una decrescita tanto del benessere sociale quanto del PIL e – per tale via – un maggiore indebitamento e la prospettiva della bancarotta.

Il tema è che il neoliberismo è fallito. Il tema è che il nostro modello economico ha fallito. La questione da affrontare per la politica (o almeno per il centrosinistra) sarebbe precisamente un ripensamento su questo terreno. Ed attraverso questa strada ripensare la forma della Repubblica, restituire autorevolezza alle Istituzioni rappresentative, rinnovare attraverso la partecipazione democratica: anche attraverso un ridimensionamento delle assemblee che garantisca efficacia ed efficienza, attraverso una legge elettorale (regionale e nazionale) che preveda la doppia preferenza di genere, certamente attraverso la cancellazione dei privilegi e un’opera complessiva di riduzione dei costi che metta nel conto anche gli enti inutili, il sottobosco degli incarichi, gli stipendi d’oro dei manager, le prebende dei boiardi di Stato.

E tenendo tuttavia in considerazione il fatto che la democrazia ha un costo, che non può essere tagliato senza tagliare la democrazia stessa.

E non può esserci rinnovamento senza ricambio della classe politica, inclusione dei giovani e delle donne, capacità di stare sul concreto dei bisogni delle persone. Vale a destra ma vale anche (e forse soprattutto) a sinistra.

Penso che siamo a un bivio storico fra civiltà e barbarie. Su una linea di confine che è rischioso oltrepassare. Che le forze della democrazia e del progresso dovrebbero smetterla subito di balbettare intorno ai vecchi, logori e fallimentari schemi del ‘900, ponendo il tema dell’uscita dalla crisi su un terreno nuovo (o forse antico): quello della felicità degli uomini e delle donne, della qualità della vita, di un rapporto armonico con l’ambiente e con l’economia. Lavoro, reddito, diritti, dignità delle persone.

E certamente serve una rivoluzione culturale ed anche generazionale, anche perché è difficile pensare che da questo bordello possa nascere qualcosa di buono. E forse una speranza c’è se finalmente quella generazione di uomini e donne nell’intorno dei suoi quarant’anni, letteralmente tagliata fuori da un ceto da trent’anni uguale a se stesso, oggi sta iniziando a riappropriarsi del proprio ruolo nella società, nell’economia, nella politica.

Ciò che è successo a Cagliari con l’elezione di Massimo Zedda non è il frutto del caso ma l’esito di un ritrovato protagonismo, di una rinnovata speranza nel cambiamento. Questa è la principale distinzione con altri casi (vittoriosi ma più tradizionali) di affermazione del centrosinistra. E quel sindaco riesce a comunicare con la naturalezza del volto pulito che la politica deve dare l’esempio (tanto più nel tempo della crisi). E così se il sindaco di Cagliari taglia il numero degli assessorati, riduce le indennità assessoriali, si dimette dal Consiglio regionale prima di maturare il vitalizio, compone una Giunta con il 60% di donne, rinuncia all’ingresso gratuito al Teatro Lirico, non è un caso che i cittadini vivano la cosa come una ventata di freschezza piuttosto che come la pelosa ipocrisia dei soliti noti che oggi si ergono a grandi moralizzatori.

Abbia questa classe politica il coraggio e la saggezza di lasciare la stagione delle Riforme a chi oggi vive – più di ogni altro – la sensazione del precipizio, la dimensione della precarietà. Lasci lo spazio prima che i ventenni ne compiano trenta. Prima che la rabbia, la sfiducia e l’impotenza esplodano in violenza indiscriminata. Prima che sia veramente troppo tardi per potersi ancora permettere di parlare di Democrazia.

Michele Piras
Coordinatore regionale SEL Sardegna